ARTE

Lasciate stare le tette di Giulietta – Il lago, Verona, l’opera e il Castello dei matrimoni

Ho una foto in un album, devo aver avuto sei anni, su una panchina con mia nonna. Mi hanno sempre detto che quello era il Lago di Garda, e in effetti dietro si vede qualcosa di sbiadito, ma nella mia testa del lago non è rimasto niente.
Ma come, non ti ricordi che ci fermavamo e davamo il pane alle paperelle? No, nonna, zero. Io ho sempre detto che al lago non ci sono mai stata. Poi insomma, il lago sa di morte, non ti sembra che da quelle acque ferme possa spuntare da un momento all’altro un braccio di un cadavere? All’architetto non sembra, neanche quando siamo in un porto (dai, come si fa a dire che l’acqua del porto non sa di morte!), e così per festeggiare il mio compleanno quest’anno ha deciso di portarmi fisicamente a vedere che no, il lago di Garda non sa di morte, cretina che non sei altro.

 Desenzano Del Garda  Desenzano Del Garda

In realtà puntavamo ad andare da un’altra parte (Verona), dove non ero mai stata fino a ieri, e sulla strada ci siamo fermati a Desenzano e a Sirmione. L’architetto era estasiato, a lui il lago piace molto. Gli sembra molto vivibile, tranquillo. Da pensionati, ho aggiunto io, e mi sono meritata un’occhiata truce di quelle che fai a tuo figlio quando non puoi rimproverarlo in pubblico che se no poi chissà cosa dice la gente. Sì, è vero: è molto rilassante, ha dei colori che assomigliano molto al mare e, effettivamente, sembra che possa essere vissuto tutto l’anno. Ma c’era qualcosa che mi faceva storcere il naso, tipo Samantha in Vita da Strega, che me lo faceva stropicciare per aria.. E’ che, dopo un po’ l’ho capito, mi sembrava di stare al mare ma non c’era il profumo di mare.  C’erano gli scogli, la passeggiata, la gente che faceva il bagno, gli ombrelloni, ma mi mancava l’odore salmastro sulle rocce, il sale, la spumina delle onde.
Scusatemi, bagnanti del lago, ci dovrò fare l’abitudine. Dovremo, entrambi, perché a quel punto niente sguardo truce dell’Architetto. Incredibile, avevo ragione.

 Sirmione IMG_5237

Sirmione batte Desenzano su tutto, comunque, anche se son sicura di non rivelare il terzo segreto di Fatima. Su tutto tranne che sui parcheggi, dal momento che, senza volere, ci siamo ritrovati incolonnati per entrare in uno strapieno che aveva una tariffa così salata che so anche io perché vi ritrovate ad avere soltanto acqua dolce, lì intorno.
Abbiamo fatto il giro di Sirmione chiedendoci se avesse ragione il signore di una barca-taxi, che ci ha chiesto se volevamo fare un giro sull’isola, o se si trattava, come pensavamo noi, di una semplice penisola che dalla terra si estende tranquilla in mezzo al lago. In effetti, abbiamo fatto un micro ponte per andare al di là del castello e ci eravamo quasi convinti, ma i libri di geografia, caro tassista, non mentono.
Siamo arrivati fino in fondo, alle Grotte di Catullo, da cui si gode di una vista veramente niente male, ma dove non si può rimanere per più di dieci minuti per il forte odore di zolfo delle terme. Non so voi, ma per me quell’odore sa di uovo marcio. O di uovo sodo, insomma, che nella mia testa corrisponde in ogni caso all’uovo marcio.

 Scalinata Arena di Verona

Una volta ritornati in macchina (e una volta pagato il parcheggio), siamo partiti alla volta di Verona. Il nostro caro amico Google ci ha aiutati a trovare la strada (lo sapevate che Google Maps ora volendo fa anche da navigatore?) fino all’albergo, un hotel apparentemente vuoto che dopo poco si è animato con due pullman pieni zeppi di turisti tedeschi. Ci siamo rinfrescati, ci siamo cambiati di fretta mettendoci i vestiti buoni e siamo ripartiti. La vera destinazione di questo weekend era lei, l’Aida all’Arena di Verona.

 Verona  Castelvecchio di Verona

Premetto una cosa, che non mi fa grande onore ma ve la dico lo stesso. Sia io che Architetto abbiamo alle spalle dieci anni di conservatorio e nessuno dei due è un grande fan dell’opera. Lui, poi, odia le cantanti donne ma apprezza molto gli allestimenti scenici e le cose sontuose. In realtà, la cosa più scandalosa è che nessuno dei due sapeva la storia dell’Aida e, soprattutto, nessuno dei due aveva avuto tempo di guardarsela prima di poggiare il culo sulle gradinate dell’Arena.
Abbiamo comprato il libretto (altrimenti potevano anche cantare delle bestemmie, che tanto non ce ne saremmo accorti) e durante le pause fra un atto e l’altro ci siamo letti la trama, facendo attenzione a non bruciarci il finale.

 Arena  Piazza Bra

Vi dico la verità, io credevo di rompermi le balle. Non avevo mai visto un’opera intera, tutti la descrivono come qualcosa di lunghissimo ed estenuante e non nego che la cosa, all’inizio, mi spaventava un po’. Lui credeva di addormentarsi, addirittura. E invece non ci siamo persi neanche un sospiro.

Arena

Non mi perderò nel descrivervela oltre, perché sento già un coro di stigrancazzi in versione lirica levarsi dalla platea in fondo. Non vi voglio annoiare, però una cosa permettetemi di dirla: almeno una volta nella vita secondo me bisogna provare ad andarci.
Aveva ragione la mia amica Lucia, mi aveva detto che mi sarebbe piaciuta perché all’Arena è tutto diverso. Il tempo passa più velocemente, ti perdi via con tutta la gente che hai intorno e, se ti piace, riesci a gustartela molto più che a teatro. Le scenografie ti assorbono completamente e le comparse sono talmente tante che ad un certo punto credevo che ci fosse un gioco di specchi, perché non era possibile creare naturalmente un qualcosa di così maestoso come il secondo atto, che a mio modesto parere rasenta la perfezione. Il terzo sarebbe da bruciare da tanto è noioso, ma col secondo siamo proprio ad un altro livello.

 Aida  Arena

Di tutte le cose che potrei dire sono due, in realtà, quelle che mi hanno colpito particolarmente. La prima è il volume: all’inizio l’architetto si è girato, sconvolto, sibilandomi nell’orecchio un ma-non-hanno-i-microfoni che si vedeva che anche lui era a digiuno di storia della musica e di filmati di Rai Cinque. Ci sono, sì, dei microfoni a bordo palco, ma la voce non è così spaccatimpani come a teatro: il suono ti arriva ovattato ma nel giro di cinque minuti le tue frequenze si aggiustano e, incredibilmente, ti sembra tutto al giusto volume.
La seconda cosa da notare è il rispetto della gente al silenzio, al testo, alla musica. Nessuno parlava, eppure eravamo tantissimi, e più di colpi di tosse, lattine sospinte giù dalle gradinate per il vento e qualche bravo non si sentiva.
(La terza – oh sì, erano tre – sono gli allestimenti degli altri spettacoli tutti accatastati fuori dall’Arena, pronti per essere montati per le altre rappresentazioni. Quasi una discarica a cielo aperto di arte).

 La discarica dell'arte La discarica dell'arte

Il giorno dopo l’Aida ci siamo gustati Verona. Trasuda storia da tutte le parti; ci sono palazzi antichi ad ogni spigolo, tenuti bene, coi mattoni e i merli al loro posto, e poi ci sono angoli imbrattati da scritte e colori che neanche il bagno del campeggio di Donoratico era così variopinto.
A Verona sembra che tutti si divertano a scrivere sui muri; a casa di Giulietta è un vero e proprio rituale (oltre a quello, classico, di fare la foto toccando la tetta della statua), gli innamorati si divertono a mettere anche dei bigliettini, dei cerotti e delle cicche per fissare sulla parete il loro messaggio d’amore. Di sicuro è caratteristico, ma quasi quasi mi ha fatto rivalutare l’idea di Moccia. Lui, poverino, alla fin fine voleva mettere solo un innocente lucchetto.

 Io e Giulietta IMG_5371

Sulla via del ritorno, anche se la strada alla fine l’abbiamo allungata, ci siamo fermati a fare una degustazione al Castello Bevilacqua, nel cuore del Veneto. Non lo conoscevamo, abbiamo sfruttato un cofanetto regalo tipo smartbox che aspettava di essere utilizzato da più di un anno.
Mi ci vedete, con un architetto squattrinato, tutti vestiti e impomatati come se fossimo freschi di cresima, ad andare ad una degustazione da sciuri col maître, il vino e tutto quanto? Sentivo il bisogno fisico di avere al braccio almeno una borsa da qualche migliaio di euro e ai piedi delle Louboutin che ticchettavano ad ogni mio passo – il castello sembrava richiedere un certo atteggiamento da naso all’insù, insomma – e invece ho fatto tutto tranquillamente, nel silenzio delle mie ballerine da dieci euro. E ci credevo un sacco, tanto che a momenti non mi sembravo manco io.
Comunque, i vini erano buonissimi. Forse un po’ fortini per poi doversi rimettere in viaggio e tornare verso casa, ma buonissimi.

 Degustazione Degustazione

Vi basti sapere che la prima cosa che è uscita dalla bocca del gentilissimo signore che ci ha accompagnati è stato un vago “sapete, noi siamo specializzati in matrimoni”, che ha ripetuto più o meno quaranta volte durante tutta la nostra visita al Castello. L’architetto ogni tanto mi lanciava degli sguardi fra l’incredulo e il divertito, quasi come se avesse dovuto soffocare una risata. Il signor Renzo passava in rassegna tutta la sfera semantica del matrimonio (sposo, sposa, sposini, cerimonia, sposalizio, nuziale.. quanti sinonimi può avere una parola?) e lui rideva, tanto che ad un certo punto, vi giuro, sembrava di essere su Real Time. Direi che il messaggio, se mai ce ne doveva essere uno, è passato forte e chiaro.

 Castello Bevilacqua Castello Bevilacqua

Le foto, se vi interessano, le trovate come al solito su Flickr.

Ah, quasi dimenticavo. In Piazza delle Erbe, mentre mangiavo il mio bel bicchierone di macedonia, per caso ho lanciato uno sguardo ai due piccioncini appollaiati proprio sopra alla mia testa e ho pensato che forse avrei fatto meglio a spostarmi, o rischiavo di ritrovarmi con un bel regalino addosso. E andare al Castello con una scagazzata di piccione fra i capelli sarebbe stato sì da raccontare ai posteri, ma tremendamente imbarazzante per me che dovevo fare la signorina in età da marito che degusta il vino col naso all’insù. Mi sono spostata e dieci secondi dopo il piccione mi ha cagato sulla spalla, sul golfino.
Grazie, anche in questo caso il messaggio è passato forte e chiaro.

Questa volta niente cartoline brutte per me. L’unica che ho preso – da turista, con l’arena e tutto il resto – l’ho mandata ad Asia Zini (nel link l’articolo), una bambina di cinque anni di San Giuliano Milanese che quest’estate ha dovuto affrontare le cure per la leucemia. Avevo trovato la notizia per caso mentre cazzeggiavo su internet; il papà si era rivolto a Facebook qualche settimana fa chiedendo di mandarle una cartolina per farle vedere dei bei posti senza muoversi da casa. Mi è sembrata una cosa carina, lontana da ogni pietismo, e mi è venuto spontaneo, visto che passo un sacco di tempo fuori dalle tabaccherie a spulciare l’espositore per cercare la più brutta. Almeno stavolta è servito a qualcosa. 

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Tre tendenze per i mesi che verranno (Contest BWWY di Grazia.it)

Piove, ho praticamente terminato il cambio degli armadi e mi sono già bevuta il tè. In più, è passato il compleanno della mia amica Bea e, qualche settimana fa, pure quello del mio fidanzato, perciò ci siamo: stiamo traghettando a velocità sostenuta verso l’inverno.
Sì, lo so che tecnicamente è autunno fino al compleanno dei Maya, il 21 Dicembre, ma in questa parte di Italia così fredda e nebbiosa badiamo più agli indumenti che al calendario. Di solito a fine ottobre c’è il cappottino; a metà novembre si inizia a stratificare con qualche maglioncino (o con la canottiera) e poi è la volta del piumino. Qualche volta è necessario pure un Woolrich bello pesante per sconfiggere il gelo che ti si conficca nelle ossa quando fuori siamo sotto zero. Non si è molto femminili, con addosso quella coperta da letto con due braccia, ma è il prezzo da pagare per arrivare sani e salvi, qualche mese dopo, a vedere di nuovo le gemme e gli alberi in fiore come ogni primavera.

E’ inutile negarlo, ci impigriamo un po’ tutti nei mesi più freddi. Basta mangiare due castagne e addio, inizia il lento declino: dvd, plaid sul divano, tè fumante o cioccolata e un’incredibile voglia di andare in letargo. Siamo costretti dal meteo a stare al chiuso e, volente o nolente, per noi diventa tutto più morbido, lento, raccolto. Viviamo le nostre giornate all’insegna della sedentarietà, ma non per questo dobbiamo farci prendere dalla pigrizia e dalla noia. Parola di lupetto.

1. FARE A MAGLIA

Magda Sayeg [Flickr.com]

Magda Sayeg [Flickr.com]

Personalmente non so neanche cucire un bottone, ma invidio tutte quelle persone che riescono a tirar fuori da un paio di gomitoli colorati una cuffia o dei calzini. Quando ero piccola mia zia aveva provato a farmi usare l’uncinetto e, ad un centro estivo, credo di aver cucito un puntaspilli a punto croce, ma ora come ora non riuscirei neanche ad inserire un filo in un ago da materassaio. Eppure dovremmo tornare a valorizzare le creazioni fatte con le mani, perché coltivare un’arte non è mai una perdita di tempo.
Da piccola mia nonna ha insistito perché imparassi a fare i tortelli con la coda – i miei vengono anche più carini di quelli del video, e non lo dico per vantarmi: crescendo non sono di certo diventata una cuoca provetta (anzi, direi che i tortelli sono l’unica cosa che mi riesce ad occhi chiusi) ma almeno so che queste mani sono in grado di produrre qualcosa di decente, oltre a saper pitturare le unghie senza uscire dai bordi.

Comunque, la voglia di prendere in mano un uncinetto mi è venuta anche per una moda che ha spopolato in America e che sta sbarcando pure da noi: si tratta del fenomeno “urban knitting” o “yarn bombing”, ovvero una rivoluzione in pieno stile street art che porta a ricoprire di fili colorati alberi, arredi urbani, biciclette e statue.
Il boom lo dobbiamo a Magda Sayeg, un’artista che ha importato negli Stati Uniti quest’abitudine nata in Olanda una decina di anni fa. Anche alcune città italiane (Monza, Roma e Milano) si sono adeguate lanciando eventi ad hoc, ma è soprattutto il proliferare spontaneo, quasi virale, di questa mania che sta coinvolgendo ed entusiasmando tutti. Complici di questo successo sono anche i knitcafe, veri e propri luoghi di ritrovo dove poter creare e condividere accessori e gioielli in tutta libertà, fra un caffè, una chiacchiera ed un punto alto.

Su internet, comunque, si trovano tantissimi siti di schemi e di idee da realizzare, sia con l’uncinetto che con i ferri di tutti i tipi, ma abbondano anche i tutorial e le videolezioni per chi si trova alle prime armi come la sottoscritta. Se avete una zia o una nonna dedita al crochet incominciate da lì, altrimenti ci si deve rimboccare le maniche: basta passare in merceria, comprare un gomitolo del vostro colore preferito e scrivere su Google “tutorial uncinetto”, “avvio lavoro” o “catenella”.
E magari preparare una camomilla. Leggo tanto nervosismo, sulle vostre mani.

2. SCANDAL 

Kerry Washington è Olivia Pope [atlantablackstar.com]

Kerry Washington è Olivia Pope [atlantablackstar.com]

Nel caso in cui la lana e il confezionare cappellini non facciano per voi, c’è sempre il rimedio più antico del mondo, cioè distrarsi e finire la serata dedicandosi ad un film. A volte è troppo tardi per incominciarne uno, altre volte crolliamo sul divano senza riuscire a vedere neanche un terzo della storia oppure capita che non ci sia niente che ci soddisfa; è il momento quindi di spendere quaranta minuti in un sano telefilm.

Avete presente Grey’s Anatomy? Ecco, dimenticatevelo. La mente che ci stava dietro (Shonda Rhimes) si è lanciata in una nuova avventura: con SCANDAL ci viene consegnato un pass privato per accedere direttamente alla Casa Bianca.
La signora che vedete qui sopra col caffè in mano e che mi ricorda tanto Lauryn Hill, la Rita Divanegadiva di Sister Act 2, non è nient’altro che Olivia Pope, la donna che tiene in pugno (e per le palle, pure) tutta l’America, compreso il Presidente.
In Italia forse nel suo curriculum basterebbe scrivere “esperta in problem solving”, ma negli Stati Uniti lei è una che di mestiere fa la fixer, una figura professionale dai lati oscuri che in sostanza ricopre ruoli da p.r., organizzatrice di eventi, assistente di una campagna elettorale e consulente in tribunale. E’ la classica persona a cui puoi affidare il tuo ipod ed essere certo che te lo ridarà senza avere le cuffiette tutte annodate, perché anche quello fa parte del suo lavoro.
Al suo ufficio si rivolgono persone di un certo prestigio (d’altra parte ci troviamo a Washington, città d’adozione di senatori e aspiranti parlamentari) coinvolte in scandali e affari loschi: Olivia e il suo variegato staff devono, ogni volta, cercare di indagare il più a fondo possibile per affossare o montare storie che hanno quasi dell’incredibile. Il tutto è condito da un dettaglio, minuscolo: Olivia è – non vi rovino il finale, tranquilli – l’amante del presidente degli Stati Uniti. Del più tonto e del più adorabile presidente degli Stati Uniti.

Sulla ABC siamo alla terza stagione (lo trasmettono il giovedì) e la trama si infittisce di continuo. La prima serie è cortissima, una decina di puntate, e ve la consiglio a spron battuto; la seconda è un pelo più lenta, forse perché la produzione ci ha abituato a dei ritmi da cardiopalma, ma vale comunque la pena di guardarla, anche in compagnia del vostro uomo.
Se non siete avvezze allo streaming online, credo che Rai 3 lo stia facendo vedere da capo. E’ incominciato a fine ottobre, perciò potete salire sul treno in corsa.
Oh, guarda, lo mandano in onda il venerdì, la puntata 4 è proprio stasera!

3. FITNESS 

Jane Fonda [theguardian.co.uk]

Jane Fonda [theguardian.co.uk]

Dopo tutto questo bivaccare sul divano, però, non vi è venuto un po’ di mal di schiena?
E’ vero, le palestre sono care; senza compagnia non c’è neanche gusto ad andarci e il meteo non ci è molto d’aiuto, non ci stimola nemmeno per una passeggiata. Eppure bisogna trovare un modo per scollare le nostre chiappe dalla sedia dell’ufficio o dalla poltrona. Fidatevi che se ci sono riuscita io, la regina della pigrizia e del “non fare oggi ciò che puoi rimandare a domani”, lo possono fare tutti.

Non ho mica scoperto l’acqua calda. Io, semplicemente, corro.
Mi sono comprata in un negozio specializzato degli indumenti da running (mi raccomando, scegliete con cura almeno le scarpe) e ci ho speso un bel po’ di soldi, così da sentirmi in colpa quando mi faccio prendere dalla stanchezza e li tengo segregati per giorni nell’armadio. Ho scaricato un’app che mi segna i passi o i km col gps ed esco, cuffie nelle orecchie e chiavi del portone nella taschina dei leggings. Non faccio tanti km e non ho fiato neanche per giocare a nascondino con Bolt, ma già mettere il naso fuori di casa senza provare vergogna per me è un enorme passo avanti. Per la cronaca, preferisco fare un paio di giri dell’isolato piuttosto che fiondarmi su una pista ciclabile tutta dritta, perché agli incroci di queste stradine almeno ho una scusa per fermare il passo, controllare di non essere investita da una macchina e riprendere fiato. Sembro una seria, insomma.

Comunque, non gridate al miracolo: non sono una di quelle invasate che va a correre anche con l’acquazzone e il gelo polare, ma ci sono giorni in cui mi piglia uno strano senso di colpa, che mai prima d’ora avrei pensato mi prendesse. La palestra mi fa tristezza, di altri sport non se ne parla.. l’unica è mettersi una maglietta vecchia e, nella solitudine del mio salotto, fare ginnastica in compagnia di sconosciuti. Su YouTube ci sono tanti video di zumba, calypso, aerobic dance e simili con l’istruttore in primo piano che grida di non mollare, “vai così! Fanne ancora due!”, senza neanche accennare ad un briciolo di fiatone. E’ da un po’ infatti che zompetto qua e là insieme a tale KeairaLaShae, una ballerina dal fisico d’acciaio che in una trentina di minuti mi fa sudare come se avessi scalato il Monte Bue.
Ci sono un sacco di video, in giro, come qualche anno fa c’erano tantissime trasmissioni e dvd per mantenersi in forma con i corsi di pilates, step e aerobica da fare comodamente a casa.
Ve la ricordate Jane Fonda? E’ dagli anni ottanta che si veste di tutine e scaldamuscoli e guardate com’è diventata. Io quasi quasi ci metto la firma.

PS. Ho scritto questo articolo per Grazia.it, che ha lanciato questo tema all’interno del concorso “Blogger We Want You”. Se mai dovessi vincere, regalo a tutti una sciarpa fatta all’uncinetto, promesso.

#italyinaday – Basta schiacciare “REC”.

L’obiettivo della fotocamera (sia l’obiettivo in quanto oggetto fisico sia il fine, lo scopo) è quello di immortalare qualcosa degno di essere ricordato.

Noi siamo abituati a registrare tutto; è molto più facile scattare una foto per tenere qualcosa a mente, piuttosto che farsi un appunto o sforzarsi. E poco importa se una foto viene brutta o un video è registrato storto, basta schiacciare “elimina” e ciao. Inquadri, click, tutto come nuovo.
Mia zia ha più di ottant’anni e ogni volta che sposto la macchina fotografica verso di lei mi dice di piantarla perché sciupo la pellicola. Come se non si sentisse all’altezza di essere impressa.

Forse bisognerebbe essere più selettivi, non so.
Io stessa dovrei esserlo: pensavo di farne tante, di foto, poi ho conosciuto il mio fidanzato e beh, credetemi, nessuno riuscirebbe a farne più di lui. Dice che altrimenti non si ricorda le cose; lui deve vedere, visualizzare, rivivere le immagini.
Non c’è da stupirsi, quindi, se proprio lui mi ha fatto conoscere il progetto Italy in a day.

italyinaday

Qui trovate tutte le informazioni, con tanto di video della Littizzetto e Fiorello, ma se proprio non volete cliccare ve lo spiego io in due parole.
Gabriele Salvatores, il regista di qualche film che avete sicuramente visto (“Mediterraneo”, “Io non ho paura” e tanti altri) ha buttato lì l’idea di riprendere qualcosa, il 26 Ottobre prossimo, con una qualsiasi telecamera e di inviarlo. Tutti i filmati, o gran parte dei filmati (spero per lui che abbia già in mente una storyline, altrimenti auguri) andranno a formare un film che ha lo scopo, lui stesso lo dice, di raccontare l’Italia.
Dice che si può riprendere qualsiasi cosa: te stesso mentre ti alzi e apri la finestra, tuo figlio che fa colazione, tua mamma che carica la lavatrice, il carrello e la cassiera che ti capita all’Esselunga, la coda che farai in tangenziale a Milano o sul GRA, il tuo show di karaoke davanti allo specchio con la spazzola come microfono.. Qualsiasi cosa, dice. “Quello che ami, quello di cui hai paura, quello in cui credi”, o una cosa del genere.
Basta prendere una telecamera, una fotocamera o il cellulare (o se proprio anche l’iPad) e registrare qualcosa che sia importante, o anche banale. Basta schiacciare REC.

Tanto il 26, il sabato prima di Halloween e della festa dei Morti, cos’avete da fare?
Io sicuro dovrò filmare il mio fidanzato che ha deciso di partecipare.
Male che vada venitemi a fare compagnia, vi prego. Vuole mandare un video dove si fa solo la barba.

Ormai mi sono guadagnata la simpatia del postino. #cartolinebrutte parte 3

Ricordate il mio quaderno viola con le cartoline? A febbraio era sulla buona strada per diventare bello cicciotto (guarda l’articolo precedente), ma ora sta marciando a grandi passi verso una vera e propria esplosione. Non serve più neanche l’elastico.

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Nell’ultimo periodo ci ho dato dentro, siamo quasi arrivati a 100. Ma state tranquilli, alla centesima cambio quaderno.
Sono sicura che il postino, fra un estratto conto e un Vanity Fair, si faccia delle grasse, grassissime risate guardando gli esemplari che mi mette nella buca delle lettere. Soprattutto se si ferma a leggere i messaggi sul retro, che a volte sono più incomprensibili dell’immagine stampata davanti.

Vi ringrazio di cuore. E’ vero, sono solo cartoline, sono bistrattate da tutti perché andavano di moda dieci anni fa prima degli 8 megapixel del cellulare e di whatsapp.. ma c’è chi si ricorda sempre di portarmene una. Una, o due, o dieci.
Ho anche ricevuto per la prima volta un doppione e mi sentivo come i collezionisti veri: finché non hai un doppione sei solo uno che non sa neanche se riuscirà a finire l’album dei calciatori Panini.

Quest’anno si è trovato di tutto: cose vintage che giacevano nell’espositore da più di quindici anni, piadine glitterate, slogan milanisti e foto dell’Islanda per pubblicizzare la Val D’Aosta. Un’amica mi ha fatto omaggio di un cimelio che conservava da un po’ (un gruppo di anziani che in Canada guardano forse degli uccelli); un’altra voleva trovarmi il fidanzato “piccin tutto belin” e un’altra preferiva invece lo scalatore con i leggings fucsia o il Nichi Vendola col cappello.
(Un’altra amica ha tentato di portarmi come souvenir dalla Sardegna il suo omero fratturato, ma fortunatamente gliel’hanno operato prima che mettesse piede sull’aereo).

Le foto sono piccole, ma per vostra gioia sono tutte cliccabili e consultabili in ogni minimo dettaglio.

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Oh, hanno suonato al citofono. Dev’essere il postino.