ARCHITETTO

Piano piano, poi tutto in una volta

Ho fatto un sogno stanotte. Eravamo su una spiaggia, io con gli occhiali da sole sulla testa e tu con le lentiggini e il vento in faccia. Eravamo sdraiati sui sassolini, avevamo i piedi raggrinziti dall’acqua, avevamo fame ma l’aria era troppo bella per ritornare a casa. Io ti guardavo, con un occhio chiuso e uno mezzo aperto, e ti avrei voluto dire andiamo dai che ho fame mi sta venendo lo stomaco lungo, ma poi ho pensato che davvero si stava troppo bene e lo stomaco sarebbe potuto diventare anche di sei metri, che mi importa, finché ci sei tu. Mi sono girata su un fianco per guardare oltre quella scogliera, il sole stava quasi sparendo. Mi sono messa gli occhiali da sole per vedere meglio ma, una volta inforcati sul naso, tutta la spiaggia scompariva: ora eravamo su un divano, con un bicchiere di vino bianco e due stuzzichini fra le mani, probabilmente ad un aperitivo con qualche tuo amico. Io avevo il vestito rosso e le ballerine nere, tu una camicia grigia con una macchiolina di vino sul braccio. Mentre loro ci raccontavano delle vacanze, del lavoro e di quanto quel supermercato ha alzato i prezzi mamma mia non hai idea di quanto costino anche solo il pane e il latte, tu mi guardavi con gli occhi piccoli e stanchi, quasi a dirmi che non ne potevi più, e io allora alla prima occasione buona mi alzavo e dicevo scusate, mi sento poco bene, andiamo? Siamo tornati a casa in bicicletta (non so perché siamo tornati a casa in bicicletta, forse non avevamo ancora la patente, o forse fra qualche anno diventeremo salutisti e gireremo senza emettere schifo nell’atmosfera, chi lo sa) e tu mi raccontavi della tua giornata, di quanto eri stanco e di quanto avessi voglia di stare solo con me. Avevo le chiavi di casa – casa nostra, credo. Salivamo, facevamo le scale con estrema calma, aprivamo la porta ed entravamo silenziosamente in sala. (Era tutta bianca, la casa. C’erano anche due quadri alle pareti, un tavolino e un divano arancione, che sicuramente avrai scelto tu).  Accendevi la luce e su quel divano, puff, tantissimi bambini. I maschi giocavano con i dinosauri, le bambine avevano un qualcosa di Frozen. Mi guardavi con due occhi così, come a dire no non è possibile, e io ridevo. Spegni la luce e riaccendi, ti ho detto, magari è un sogno. Lo hai fatto, hai spento e riacceso un paio di volte, ed è scomparso tutto. Ora eravamo al buio, insieme, sotto lo stesso piumone, con un’aura di colori freddi attorno, e tu avevi le mani calde e prendevi le mie e mi toccavi il labbro come fai di solito e mi dicevi molla, molla, e mi dicevi ora dai stai zitta non rompere i coglioni che dormiamo. Un sospiro di nuovo, uno soltanto, il tempo di socchiudere gli occhi ed ero nel mio letto, da sola, sveglia, a fissare il soffitto. Ci vedevo mani intrecciate e stuzzichini sui vassoi, giocattoli di Frozen e occhiali da sole portati sulla testa, biciclette legate ai pali e salsedine sulla pelle. Ho guardato il muro poi il soffitto poi ancora il muro – mi sentivo fredda, sola, come una carta da parati – ma niente.
Cosa facciamo domani?

Una boccata d’aria fresca

È come prendere una boccata d’aria fresca. Come un temporale estivo proprio quando hai un caldo esagerato e vorresti strapparti di dosso anche la pelle. Come un paio di scarpe che quando le provi ti stanno proprio comode, neanche fossero fatte su misura, e non ti stringono in punta come tutte le altre. Come un viaggio inaspettato proprio quando avevi pensato di partire. Un biscotto di pasta frolla bruciacchiato, fatto con i ritagli avanzati della crostata. Come sognare di volare. Beccare uno dei tuoi film preferiti in tv, proprio mentre stavi pensando che palle non c’è un cazzo da guardare povera Italia è davvero uno schifo adesso quasi quasi mi faccio Sky. Come una boccata d’aria fresca. Una manicure fatta a puntino che ti fa sentire in ordine dalla testa ai piedi. Come quando l’ipod in riproduzione casuale ti regala la canzone di cui avevi bisogno. Come trovare una panchina all’ombra dopo una camminata lunghissima. Come il suo sorriso. Un romanzo letto tutto d’un fiato. Un tramonto su una spiaggia deserta di sassolini bianchi. Come essere te stesso senza aver paura di essere giudicato. Come sapere a memoria una poesia delle elementari. Come gli spaghetti aglio olio e peperoncino all’una di notte. Come un goal all’ottantanovesimo. Come quella sensazione che ti assale quando l’aereo sta per decollare ma tu hai chi ti stringe la mano e ti dice che andrà tutto bene. Come una boccata d’aria fresca – l’ho già detto una boccata d’aria fresca? Come il momento in cui decidi che quella sarà la tua firma e che è proprio bella (magari ci metto una righettina anche qui, ecco, così) e ti senti già grande anche se non hai ancora finito le scuole medie. Come quando stai pensando alla stessa cosa e ti capisci con uno sguardo. Come piangere dal ridere. Come un regalo inaspettato. Una piantina di basilico sul balcone che impreziosisce la tua pasta dal pomodoro fresco. Come quando i bambini ridono di gusto e si fanno venire il singhiozzo. Quando prendi un foglio e riesci a disegnare un cerchio perfetto. Quando ti arrabbi e piangi dal nervoso ma poi fai sempre pace. Come le carezze della nonna dopo un capitombolo e un taglio sul ginocchio. Come prendersi le mani al buio e riconoscersi al tatto. Come una ventata in faccia mentre lasci andare i pedali della bicicletta per fare quella discesa. Come il naso spelato dopo due giorni di mare. Come le ciliegie. Le lentiggini. La neve. E come una boccata d’aria fresca.
Ecco.
Stare con te non è neanche la metà di tutte queste cose messe insieme.

I tuoi occhi piccoli piccoli

Eravamo sul traghetto. Avevamo deciso di tornare sul tardi, era una bellissima giornata. C’era il tramonto e c’era vento – c’era tantissimo vento, roba che quasi non si poteva stare fuori all’aria aperta, ma noi volevamo goderci fino alla fine le ultime boccate di mare. Era stata una vacanza a stretto contatto, di quelle un po’ due cuori e un monolocale, ma non quelle smielose da film anni novanta che trovi su La5, no, una vacanza semplice, fatta di sguardi sognanti e quanto sei bella stamattina forse anche un po’ più di ieri.

Guardavamo oltre la balaustra e cercavamo di non ascoltare il rumore del motore, poi all’improvviso l’ho vista. Io non riesco a stare dentro, quando sono sul traghetto, mi viene la nausea e ho bisogno di aria. Già non lo sopporto molto, il traghetto, con tutto quel dondolare e quegli scatti improvvisi e il vento che ti schiaffa in faccia i capelli e l’idea di avere solo acqua sotto ai piedi, ma da qualche parte bisogna pure incominciare a sconfiggerle le proprie paure.

Mi ricordo che stavo pensando che lui si veste sempre nello stesso modo d’estate, calzoni scuri camicia con le maniche corte e un sorriso da bambino di dieci anni. Era così che lo avevo immortalato nelle cartoline che mi ero fatta in testa, quelle fotografie che cerchi di stamparti nella mente mentre guardi qualcosa, come quella volta che mia mamma mi aveva detto di strizzare gli occhi e fare clic perché il mare con quei colori lì non lo avrei rivisto tanto facilmente.
Io in quelle cartoline ero sempre con il cappello e il costume con le margherite, con le chiavi dell’appartamento nella taschina della borsa e quel vestitino di jeans con i bottoni automatici sul davanti. Eravamo in spiaggia, in macchina, a fare il bagno sotto la pioggia, seduti al ristorante. Ero soddisfatta, ce ne avevo tante di cartoline in testa, poi ho alzato lo sguardo e lei era lì.

La vedi anche tu – gli ho chiesto. Mancava ancora un po’ al porto, eravamo più o meno a metà strada, ma in mezzo al mare c’era un isolotto, piccolo, che sembrava svettare sul pelo dell’acqua con un pizzico di prepotenza. In alto c’era una costruzione bianca, luminosissima, e quella luce rendeva ancora più luminoso tutto quello che stava attorno. Forse l’abbiamo trovata.

Trovato cosa, mi ha detto (in quel momento ho capito di averlo detto per davvero). E’ un isolotto ma guarda che non lo facciamo mica l’inchino, figurati, non ci abita nessuno.
Gli ho detto guarda meglio. Gliel’ho detto sottovoce, come nei film, quando lui magari se la vuole solo portare a letto ma deve cercare di prenderla come in realtà vogliamo essere prese tutte. Non ti sembra una chiesa quella?

Non gli sembrava una chiesa. Innanzitutto perché avrebbe dovuto esserci una chiesa in mezzo al mare in cima ad un isolotto sperduto. Mi ha detto che lui che fa l’architetto lo saprà dove devono essere costruite le chiese, o no, e ti posso dire che non credo che costruiscano una chiesa su un isolotto come quello, non ci sono fedeli per cui costruirla, una chiesa. E poi, guarda non ha la croce, hai mai visto una chiesa senza la croce?
Non so se ha detto proprio così, non credo, sto inventando. Quello che mi ricordo erano i suoi occhi, piccoli piccoli strizzati per il sole, e il suo sguardo, che passava da me alla chiesa a me e alla chiesa. E il suo sorriso, di quelli che sembrano dire come sei bella oggi di sicuro lo sei più di ieri e se vuoi ti ci porto subito a nuoto in quella chiesa ma che poi non te lo fanno dire per davvero, perché non c’è bisogno di dirsi certe cose quando riesci a vederle anche con gli occhi piccoli piccoli e il vento che ti porta via anche la faccia.

Alla fine comunque aveva ragione lui, quella non era una chiesa, aveva controllato con il cellulare, era il faro dell’isola di Palmaiola. Ma a quel punto non mi importava più. La mia ultima cartolina ormai l’avevo già scattata.